C’è una cosa che chi guida persone deve mettere in conto, possibilmente prima di farsi troppo male: qualcuno ti deluderà.
Puoi fare colloqui accurati, leggere curriculum, ascoltare referenze, osservare il modo in cui una persona parla, si presenta, racconta la propria esperienza. Puoi essere attento, scrupoloso, persino generoso nel dare un’opportunità. Poi quella persona entra nel contesto reale e viene fuori qualcosa che prima non avevi visto.
Succede.
Succede anche quando hai fatto le cose con serietà.
Il punto è che se hai scelto tu quella persona e le hai dato fiducia, devi avere il coraggio di dire: “Ho valutato male quel profilo”. Senza trasformare quell’errore in una tragedia personale.
Hai sbagliato una valutazione. Capita.
Quello che viene dopo, però, conta molto di più dell’errore iniziale.
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La fiducia asimmetrica
Perché quando qualcuno tradisce la tua fiducia, il rischio più grande non è solo gestire quella persona. Il rischio più grande è lasciare che quella persona cambi te.
E qui entra un tema centrale della leadership: la fiducia asimmetrica.
Un leader dà fiducia prima di ricevere garanzie assolute. Non perché sia ingenuo o perché pensi che ogni persona saprà restituire maturità, gratitudine e responsabilità. Sarebbe ingenuo. La dà perché senza una quota iniziale di fiducia nessuna relazione professionale può partire con il piede giusto e dare i suoi frutti.
La fiducia, in azienda, non funziona come un contratto emotivo perfettamente bilanciato: io ti do dieci, tu mi restituisci dieci. Sarebbe comodo, ma le persone non sono macchine.
Tu puoi dare fiducia e ricevere superficialità. Puoi dare responsabilità e trovarti davanti gossip, comunelle, attacchi personali, confusione tra piano professionale e piano emotivo.
Fa male, soprattutto quando quella scelta l’hai fatta tu, perché non hai sbagliato solo una procedura. Hai creduto in una persona. Hai immaginato che potesse portare valore, equilibrio, competenza, ma poi la realtà ti mostra altro.
A quel punto servono due riflessioni diverse, entrambe necessarie.
La prima è assumersi la responsabilità della scelta. La seconda è non farsi educare dall’errore.
Assumersi la responsabilità significa guardare i segnali che non hai visto, le domande che avresti potuto fare meglio, i controlli che potevano essere più precisi, il periodo di prova che forse andava gestito con più attenzione. Ogni errore di selezione deve lasciare un apprendimento concreto.
Non farsi educare dall’errore significa evitare che una persona immatura diventi il tuo nuovo modello di lettura delle altre persone.
Perché se dopo un’esperienza negativa smetti di dare fiducia a tutti, quella persona ha ottenuto molto più di quello che meritava. Non ha solo creato un problema operativo. Ha abbassato la qualità della tua leadership.
Questo non significa restare passivi. La fiducia iniziale deve convivere con paletti chiari. Quando una persona porta nel gruppo dinamiche tossiche, crea fazioni, alimenta tensioni e usa i canali informali per colpire, il compito del leader è agire per proteggere il contesto. La differenza sta qui. Una cosa è diventare diffidenti con tutti. Un’altra è diventare più lucidi.
La lucidità ti permette di dire: “Ho sbagliato questa scelta, correggo il tiro, chiudo o ridefinisco il rapporto professionale, proteggo il gruppo e miglioro il mio processo di valutazione”.
Il cinismo, invece, ti porta a dire: “Da oggi non mi fido più di nessuno”. La prima posizione ti fa crescere. La seconda ti impoverisce.
Chi guida persone deve accettare questa asimmetria: dare fiducia espone sempre a una quota di rischio. Qualcuno la onorerà. Qualcuno la sprecherà. Qualcuno la userà persino contro di te. Però l’alternativa, cioè costruire leadership sul sospetto permanente, produce ambienti rigidi, controllanti, poveri di iniziativa e pieni di paura.
E allora sì, ti deluderanno. Qualcuno lo farà in modo grossolano. Qualcuno in modo elegante. Qualcuno ti farà persino dubitare del tuo giudizio.
Tu prenditi la responsabilità dell’errore, correggi ciò che va corretto, metti i confini necessari e vai oltre. Senza diventare uguale a ciò che ti ha ferito.
Perché la fiducia data per prima non è debolezza. È una scelta di leadership. E quando qualcuno la tradisce, il compito non è smettere di fidarsi. È imparare a fidarsi meglio.
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Simone
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