Elena ha 25 anni, una laurea in Economia e un groviglio in testa. Dopo il liceo ha cambiato più volte idea: architettura, poi medicina, biotecnologie, infine economia. Ha affrontato il Covid, le paure, gli spostamenti, la pressione di non fermarsi. Ha portato a casa un titolo che non è affatto poco. Eppure oggi si sente bloccata. Non sa se continuare con un master o buttarsi subito nel lavoro. La assilla l’idea di dover già sapere cosa fare. Paura di sbagliare, di deludere i genitori, di sprecare tempo e soldi. Un loop continuo: “E se questa scelta non fosse quella giusta?”

La storia di Elena è la storia di tanti ragazzi e ragazze che ho incontrato in vent’anni di coaching.

Il punto non è non sapere cosa fare: il punto è credere di doverlo sapere prima ancora di cominciare, con la certezza assoluta che quella decisione sarà “quella giusta”. E, come se non bastasse, sentirsi dire o pensare che se poi torni indietro hai fallito.

 

La dittatura delle aspettative

Uno dei nodi più pesanti è quello delle aspettative. “Hai fatto 30, devi fare 31. Dopo la laurea ci vuole il master.” Un copione già scritto, senza deviazioni né interruzioni.  

Non è questione di colpe. Spesso i genitori hanno le migliori intenzioni: proteggere, trasmettere sicurezza, indicare una strada solida. Ma il mondo in cui hanno costruito la loro vita non è il mondo in cui viviamo oggi. Loro hanno seguito percorsi più lineari, con meno scelte e meno pressioni. Oggi, invece, siamo immersi in un tempo fluido, accelerato, iper-competitivo, in cui confrontarsi è inevitabile e sentirsi indietro è facilissimo.

E le aspettative non sono sempre ordini espliciti. Spesso sono paragoni silenziosi. Se i tuoi genitori hanno avuto successo seguendo un percorso chiaro, quel percorso diventa la misura implicita. Non serve che qualcuno ti dica: “Devi fare così.” Ti basta guardare chi hai davanti per sentire che tu non sei ancora “arrivato”.

 

Il mito della certezza assoluta

Un altro inganno, forse ancora più pericoloso, è credere che prima di scegliere serva la certezza totale. È come pretendere di sapere già se un piatto ti piacerà senza assaggiarlo. 

Siamo cresciuti con un modello educativo che dice: prima devi sapere, poi puoi decidere. Un modello che genera ansia, perché chiede l’impossibile. Nessuno può avere la mappa completa prima di partire. E se potessimo averla, non sarebbe più vita: sarebbe solo l’esecuzione di un copione già scritto.

 

Il lusso che ci neghiamo

In questo quadro, cambiare strada viene visto come un errore. Ma l’errore vero è non concedersi il lusso di sbagliare. Di testare. Di voler avere tutto chiaro subito. Molti ragazzi scelgono la via più sicura per non deludere nessuno. Resistono, stringono i denti e vanno avanti. Ma dopo anni si scoprono in lavori che non sentono propri. E lì la frustrazione diventa più grande della paura iniziale.

Concedersi il lusso di non sapere subito chi sei e cosa vuoi fare non è un segno di debolezza: è una forma di lucidità. È riconoscere che la conoscenza di sé nasce dalle esperienze, non dall’attesa di certezze.

 

La lezione da portarsi a casa

Alla fine, tutti ci aspettiamo la stessa cosa: trovare un giorno il nostro posto nel mondo. Alzarci la mattina, guardarci allo specchio e poter dire: “Sono la persona che voglio essere. Sto vivendo la vita che voglio vivere. Sto facendo il lavoro che sento mio.”
È un desiderio legittimo, universale. Ma è anche un’illusione pensare che esista un momento esatto in cui tutte le risposte si allineano, una volta per tutte.

La verità è che la vita non funziona così. La vita è fatta di incertezze, di scelte che non possiamo prevedere fino in fondo, di strade che si aprono e si chiudono. E questa non è una condanna: è un valore. Perché l’incertezza non è un difetto da correggere, ma la condizione naturale che ci spinge a restare vivi, curiosi, sempre studenti della vita.

Non sapere subito chi sei o dove andrai non significa essere in ritardo: significa darsi la possibilità di imparare, di provare, di esplorare. Significa accettare che oggi non esista più “il lavoro sicuro per tutta la vita”, ma piuttosto una traiettoria fatta di cicli, transizioni e trasformazioni. E forse è proprio questo il bene più grande del nostro tempo: poter esprimere chi sei in forme diverse, in lavori anche lontani tra loro, ma uniti dal filo comune che parlano di te, di ciò che ti appartiene, del tuo perché.

Ecco perché, nel percorso di Trova il tuo perché, dedico due giornate intere a sfatare il mito che la propria identità coincida solo con il lavoro che si fa. Non esiste un ruolo eterno che ti garantirà “e vissero felici e contenti”. Esiste un continuo ri-conoscersi, un continuo ri-crearsi, un continuo trovare modi nuovi per incarnare ciò che sei davvero.

Questa è la “lezione” da portarsi a casa: il valore del non sapere. Perché solo chi accetta l’incertezza si dà la possibilità di crescere, di cambiare, di scoprire più versioni di sé lungo il cammino.

E alla fine, la vita ha di bello che non devi capirla per poterla vivere.
Devi viverla, per poterla capire.

 

Buona settimana, 

Simone