C’è una frase, tra le tante ascoltate in una recente intervista ad Alec Ross, che descrive bene una parte del rapporto tra gli italiani e il proprio paese: “Gli italiani vengono educati a cambiare paese, non a cambiare il paese.” È una frase che racchiude una grande verità. Ross, autore di The Italian Dream. Riprendersi il futuro, ex consigliere per l’innovazione di Barack Obama e osservatore attento delle trasformazioni globali, ha messo a fuoco un nodo che riguarda da vicino anche il nostro modo di pensare l’Italia.

Non sto mitizzando nessuno. Non è questo il punto. Mi riconosco, però, in una parte del suo pensiero: l’idea che il vero limite del Paese non sia solo nei meccanismi politici o nella burocrazia, ma anche nella mentalità con cui abbiamo imparato a raccontarci. Per troppo tempo abbiamo associato il realismo al pessimismo, la critica alla lucidità, la denuncia alla competenza. E così, lentamente, abbiamo finito per abituarci a guardare l’Italia più come un paese da cui fuggire che come un paese da migliorare. 

Eppure l’Italia è molto più di questo. È un paese pieno di contraddizioni, sì, ma anche di energie straordinarie. Ross lo suggerisce con chiarezza: dentro le nostre tensioni c’è una ricchezza reale, non un difetto da nascondere. Siamo il paese della creatività, del saper fare, della bellezza diffusa, delle relazioni forti, delle imprese che sanno resistere, reinventarsi e competere nel mondo. Abbiamo un capitale umano e culturale che spesso diamo per scontato, ma che continua a essere una delle nostre risorse più preziose.

Il problema, semmai, è che non sempre siamo stati capaci di trasformare questo patrimonio in fiducia collettiva. E quando la fiducia si indebolisce, anche il talento fatica a restare. Qui il discorso diventa profondamente legato alla leadership. Perché la leadership non è solo gestione del potere o capacità di decidere. È anche la capacità di orientare uno sguardo e dare una direzione alle nuove generazioni.

Un paese cambia anche, e soprattutto, quando chi lo guida comincia a dirgli non soltanto ciò che non va, ma anche ciò che può diventare. Ed è qui che si costruisce la cultura di un popolo e si forma una mentalità in grado di cambiare le cose.

E c’è un problema profondo nella narrazione del paese che ci impedisce di costruire questa visione: siamo troppo legati al rimpianto dei grandi nomi del nostro passato. Non c’è una sola discussione sul nostro paese senza raccontare la grandezza di ciò che è stato: l’Impero Romano, la pila di Volta, il motore a scoppio, il telegrafo senza fili di Marconi, Piaggio, Olivetti, Fiat. È tutto vero. Ma è arrivato il momento di non pensare più a ciò che siamo stati, ma a ciò che vogliamo diventare. Non sarà la nostalgia a ridarci un futuro migliore perché la storia può dare consapevolezza, ma non può sostituire una visione.

Ross insiste su un passaggio importante: il futuro non si aspetta, si organizza. Per l’Italia questo significa creare contesti in cui restare non sia percepito come una rinuncia. Servono istituzioni più rapide, imprese più aperte, università più collegate al lavoro, classi dirigenti capaci di dare spazio a chi porta competenze nuove.

Ma serve anche un cambiamento nel modo in cui educhiamo le persone a guardare il Paese. Non possiamo continuare a trasmettere ai giovani l’idea che l’ambizione debba per forza trovare casa fuori dall’Italia. Dovremmo abituarli a pensare che migliorare il luogo in cui vivono sia una forma concreta di responsabilità, non un’ingenuità.

L’Italia ha ritardi seri e disuguaglianze profonde. Ha un mercato del lavoro spesso rigido, salari bassi, ascensori sociali indeboliti e un rapporto complicato con il merito. Proprio per questo il discorso sulla fiducia non può essere consolatorio. Deve misurarsi con le condizioni materiali che rendono possibile restare, lavorare, costruire e progettare.

Condivido questo pensiero non perché creda in una visione facile o consolatoria, ma perché credo nella forza del cambiamento quando la realtà viene guardata con coraggio. L’Italia ha problemi veri, ma ha anche possibilità enormi. E la differenza tra un Paese destinato a perdere la propria identità e un paese destinato a ritrovare il proprio senso di appartenenza sta proprio lì: nella qualità della mentalità con cui decide di affrontare il proprio destino.

Oggi più che mai riconosco il valore di una frase condivisa in molti interventi da John Maxwell, che considero il padre della leadership a livello globale: “Everything rises and falls on leadership.” Tutto inizia e finisce con la leadership. 

Vale anche per l’Italia. Nessun paese ha un futuro oltre la leadership di chi lo guida. Ma la leadership non riguarda solo le istituzioni. Riguarda anche il modo in cui una società forma le persone, riconosce il merito, costruisce fiducia e decide se restare spettatrice del proprio declino o tornare a lavorare sul proprio futuro.

Simone