Ci sono giornate in cui la leadership ti passa davanti in forme diverse, una dopo l’altra, senza darti il tempo di metterle in ordine.

Ieri pomeriggio abbiamo chiuso il corso Equilibrio e priorità.

Quando sono in aula, per me, succede sempre la stessa cosa: il resto del mondo rimane confinato oltre la porta.

È difficile da spiegare a chi non fa questo lavoro. Per due giorni ti fermi a pensare, insieme ad altri esseri umani, a cose che nella vita normale restano quasi sempre in secondo piano, coperte dagli impegni, dalle urgenze e da quella routine quotidiana fatta di una lunga lista di “devo”.

Quanto spesso una persona si ferma realmente a guardare come sta vivendo? Quanto spesso si concede il tempo di chiedersi se il lavoro, le relazioni e le scelte quotidiane sono ancora in linea con la vita che vorrebbe?

Poi chiudi il computer, raccogli le tue cose e torni a casa con tutto questo ancora addosso.

E serve tempo per metabolizzarlo. Chi fa aula lo sa bene.

Arrivo a casa con quella sensazione. Accendo la televisione e vedo Jannik Sinner vincere a Roma.

La vittoria agli Internazionali d’Italia, i record, l’impatto sul tennis italiano, l’orgoglio collettivo di vedere un ragazzo così diventare riferimento mondiale.

Sinner ha un modo di stare al mondo che rende difficile non volergli bene. Parla con misura, quasi con un imbarazzo paradossale per uno che è numero uno al mondo e che, appena gli metti un microfono in mano, sembra ancora stupito di essere al centro della scena.

Anche nei momenti istituzionali, come nel siparietto con il Presidente Mattarella, resta composto, semplice, quasi familiare.

Sembra il figlio che tante madri vorrebbero avere, il fratello per cui tifare, l’amico di cui parli bene agli altri con una punta di orgoglio.

E questo ha un impatto enorme.

Penso ai bambini davanti alla televisione. A quelli che il giorno dopo prenderanno una racchetta in mano. A quelli che, guardandolo, assoceranno lo sport alla disciplina, alla costanza, alla costruzione personale, alla possibilità di diventare “qualcuno” senza perdere educazione e misura.

Quella, per me, è leadership.

Una leadership che influenza il sistema attraverso l’esempio, prima ancora che attraverso le parole. Dietro quel modo pacato di vincere ci sono anni di scelte, sacrifici, allenamenti, rinunce, dedizione.  

Poi mi arriva la notizia di Modena.

Non sapevo nulla. Non avevo sentito niente. Il fatto era accaduto il giorno prima, mentre io ero completamente immerso nell’aula. Lo scopro dopo. Ed è forse anche questo a colpirmi: mentre tu sei dentro una stanza a parlare di vita, priorità e responsabilità, fuori la vita continua. A volte in una direzione meravigliosa, come con Sinner. A volte in una direzione opposta, brutale, difficile perfino da comprendere.

Una giornata qualunque spezzata da un gesto assurdo. Un’auto sulla folla.

Persone che, come me, come te, come chiunque, stavano semplicemente vivendo la propria vita nella più totale normalità. Camminavano per strada, guardavano una vetrina, parlavano con qualcuno, prendevano un caffè, facevano due chiacchiere, attraversavano il centro in una giornata qualsiasi.

Poi tutto cambia all’improvviso. Perché a volte la vita decide al posto tuo. E lo fa nel modo più ingiusto.

Perché noi parliamo di vita e facciamo i nostri bei programmi. Calendari, obiettivi, impegni, scadenze. Rimandiamo scelte, telefonate, parole. Ci comportiamo come se il tempo fosse sempre lì, disponibile, paziente.

Poi una persona esce a fare due passi in centro e finisce dentro qualcosa che nessun programma poteva prevedere.

Tra le notizie compare il nome di Luca Signorelli. Un uomo qualunque che vede l’aggressore fuggire e sceglie, d’istinto, di rincorrerlo. Con lui intervengono anche altre persone. In pochi secondi, senza incarico pubblico, senza divisa, senza tempo per preparare un ragionamento, alcuni cittadini si muovono per proteggere altri esseri umani. Intervengono quando sarebbe comprensibile farsi gli affari propri e pensare alla propria pelle.

Luca Signorelli avrebbe potuto perdere la vita. Avrebbe potuto lasciare le persone che ama per un gesto nato in un istante, forse per istinto. Forse per educazione. Forse non lo sapremo mai. Ma in quei pochi secondi ha fatto qualcosa che molti avrebbero solo sperato di avere il coraggio di fare.

Mi sono chiesto se, da oggi, il suo gesto aiuterà qualcuno a guardare diversamente la parola leadership nella propria vita.

Perché anche ieri mi sono ricordato che la leadership lascia sempre una traccia nel sistema: in un’aula, quando una persona decide di assumersi meglio la responsabilità della propria vita; nello sport, quando un campione diventa riferimento senza smettere di sembrare umano; in una strada, quando qualcuno decide che la vita di un’altra persona vale il rischio della propria.

Simone