Psicologia da salotto e nuove abitudini digitali
Negli ultimi anni si è diffusa un’abitudine silenziosa ma significativa: sempre più persone utilizzano sistemi di intelligenza artificiale come ChatGPT per ciò che, impropriamente, potremmo definire psicologia da salotto. Non è una curiosità passeggera: è diventata una nuova normalità.
C’è chi dialoga con l’AI per fare chiarezza, chi cerca sollievo nelle giornate difficili, chi la usa come diario emotivo, chi le affida decisioni, paure e inquietudini esistenziali. Il motivo è semplice: l’AI risponde con calma, è sempre disponibile, non giudica, mantiene un tono stabile e tenderà a darti ragione, rafforzando ciò che già pensi.
Per molte persone — soprattutto giovani che nella vita quotidiana si sentono più giudicati che ascoltati — questo è sufficiente per sentirsi visti. Ma questa abitudine apre una domanda inevitabile per chi lavora nella relazione d’aiuto: cosa accade al coaching quando una parte crescente delle persone preferisce confrontarsi con una macchina invece che con un professionista?
La risposta è una questione di realtà professionale.
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L’intelligenza artificiale non sostituirà il coaching. Sostituirà i coach mediocri.
L’AI non è in grado di svolgere il lavoro di un coach professionista: non interpreta il non verbale, non costruisce una relazione evolutiva, non sostiene la responsabilità condivisa, non accompagna nei passaggi emotivi difficili. E non dovrà farlo, a meno che le future normative sull’aiuto relazionale continuino a rendere questi confini sempre più confusi.
Inoltre, l’AI tende a confermare ciò che l’utente afferma, consolidando convinzioni che in un percorso professionale richiederebbero spesso di essere messe in discussione.
Ciò che l’AI sa fare bene — e farà sempre meglio — è replicare la parte semplice del coaching:
- domande ricorrenti
- prime riflessioni
- ordine mentale
- suggerimenti operativi
Se il coaching si riduce a questo, la tecnologia vince: è più rapida ed economicamente più accessibile. Ed è qui che emerge il passaggio inevitabile: i coach che lavorano in modo meccanico e prevedibile verranno sostituiti. Non perché arriva l’AI, ma perché il valore offerto era già insufficiente.
Oggi chiunque può ottenere più beneficio da un coach digitale che da un professionista che ripete domande generiche o applica protocolli senza profondità. Questo trend non si fermerà: è inevitabile che, come primo approccio alla relazione d’aiuto, molte persone scelgano sempre prima l’AI.
E se l’AI riesce già a fornire un livello di ordine mentale, chiarezza e feedback superiore a quello offerto da chi si presenta come coach professionista nel mondo reale, allora non è la tecnologia a minacciare la professione: è la professione che non ha saputo proteggersi dalla propria superficialità.
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Sta cambiando lo strumento? No. Sta cambiando il cliente.
Se l’abitudine a parlare con ChatGPT o altre forme di intelligenza artificiale a livello conversazionale diventerà sempre più diffusa, allora dobbiamo riconoscere un punto decisivo: non sta cambiando solo lo strumento, sta cambiando il cliente.
E questo lo stiamo già vedendo. Poche settimane fa, negli Stati Uniti, sono usciti dati che confermano una tendenza evidente: un numero crescente di giovani utilizza regolarmente l’AI per parlare, sfogarsi, analizzare decisioni, fare introspezione. Secondo un recente report del Pew Research Center (2024), oltre il 30% dei giovani americani tra i 18 e i 29 anni usa almeno una volta a settimana un’AI conversazionale come spazio emotivo o decisionale. Ed è una percentuale raddoppiata in un anno.
Ma il punto non è che lo facciano i giovani. Il punto è che lo fanno tutti.
Un CEO lo fa. Un responsabile di area lo fa. Un team leader lo fa. Un libero professionista lo fa. Lo fai tu, lo faccio io. Perché è comodo, immediato, non giudica, ti aiuta a mettere ordine. Ed è inevitabile che questa diventi un’abitudine stabile.
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I clienti arriveranno diversi: più preparati… o più precondizionati
Finora un coach lavorava con convinzioni nate dall’esperienza personale del cliente. Adesso lavorerà con convinzioni alimentate da centinaia di micro-conversazioni con un’AI. Il cliente del futuro non arriverà “vuoto”. Arriverà con una prima autovalutazione, con idee già esplorate, con riflessioni testate digitalmente, con convinzioni rinforzate dall’AI, con aspettative più alte, con maggiore curiosità o maggiore rigidità. Paradossalmente arriverà più preparato e più rigido allo stesso tempo. Dipenderà da come ha usato la tecnologia. E questo cambia radicalmente il lavoro del coach.
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Le persone confronteranno il coach con l’AI.
Il cliente non valuterà solo il coaching. Valuterà il coaching in confronto all’esperienza che ha già avuto con l’AI. E si farà tre domande molto pratiche:
- “Perché dovrei pagare un coach se l’AI mi fa già fare chiarezza?”
- “Che cosa mi dà questo professionista che la macchina non mi ha già dato?”
- “Che differenza sento quando parlo con un essere umano?”
Se trova domande generiche, protocolli standardizzati, riflessioni superficiali, la risposta è semplice: torna dall’AI. Non perché l’AI sia migliore, ma perché quel tipo di coaching non ha più contrasto, non ha più differenza specifica.
Il coaching del futuro sarà quello che offre ciò che la tecnologia non può replicare: profondità emotiva, lettura del non verbale, interpretazione delle pause e dei silenzi, capacità di cogliere un nodo emotivo quando emerge, presenza, responsabilità condivisa, relazione che evolve nel tempo.
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I clienti cercheranno ciò che l’AI non può dare
Chi arriva da un’esperienza con l’AI non cerca un coach “più bravo della macchina”. Cerca ciò che la macchina non restituisce. E non lo giudica con criteri tecnici — non li possiede — ma tramite una sensazione immediata, un contrasto netto con ciò che ha già sperimentato digitalmente.
Dopo aver parlato con un modello linguistico, il cliente sente subito se davanti ha qualcuno capace di prendere un pensiero confuso e renderlo semplice, di andare in profondità solo quando serve, di restare presente senza giudicare davvero, di aprire domande nuove e sostenere uno spazio emotivo che una conversazione digitale non regge.
Non farà analisi metodologiche. Sentirà la differenza. La percepirà nel modo in cui si sente mentre parla, nella qualità dell’ascolto, nella chiarezza che emerge dentro di lui e non solo nella risposta che riceve.
L’AI aiuta a riflettere. Un coach aiuta a cambiare.
Ed è questa differenza — piccola all’apparenza, enorme nella pratica — che definirà il valore del coaching dei prossimi anni. Il resto non sarà più sufficiente.
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L’intelligenza artificiale non ci toglierà umanità. Ci costringerà finalmente a usarla.
E questo, per chi fa coaching professionale, è il miglior futuro possibile.
L’AI non sostituirà il Coaching. Sostituirà ciò che il coaching non è mai stato.
Buona settimana,
Simone
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Riferimenti
- Pew Research Center (2024), AI and Young Adults: Awareness, Usage and Attitudes.
- Saveski, M. et al. (2023), Human–AI interactions in emotional self-disclosure, Proceedings of the National Academy of Sciences.
- Lee, J. J. et al. (2022), Can AI Help with Mental Health?, Nature Machine Intelligence.
- Argyle, L. et al. (2023), Large language models may reinforce existing beliefs, Science Advances.
- Fitzpatrick, K. K. et al. (2017), Conversational agents for cognitive behavioral support, JMIR Mental Health.
- Norcross, J. C. & Lambert, M. J. (2018), Psychotherapy Relationships That Work, Oxford University Press.
- Ho, A. et al. (2020), AI-mediated communication, empathy and connection, Computers in Human Behavior.
- Chollet, M. et al. (2019), Limits of emotion recognition in AI systems, IEEE Transactions on Affective Computing.