Il paradosso dell’autenticità (e di un mondo che non si accorge di essere cambiato)
La scorsa settimana, ho letto un post che mi ha colpito perché rappresentava una posizione netta. E come tutte le posizioni nette, paga fino in fondo il prezzo della divisione che crea.
Una copywriter dichiarava di non usare ChatGPT per scrivere. Raccontava ore perse, frustrazione, blocchi, rabbia contro parole che non arrivano. Una fatica rivendicata, scelta consapevolmente come forma di presidio personale. Restare lì. Dentro lo sforzo. Dentro la lentezza. Dentro l’attrito. Perché forse, un giorno, quella fatica servirà.
È un post che merita rispetto. È onesto, umano. Ma è anche profondamente paradossale. Non per ciò che afferma esplicitamente, bensì per ciò che rivela senza volerlo.
Perché il punto non è ChatGPT. Il punto è che molte persone continuano a ragionare come se il mondo non fosse già cambiato. Come se fossimo ancora davanti a una scelta individuale tra usare o non usare uno strumento. Come se il contesto fosse rimasto lo stesso e potessimo ancora permetterci il lusso di decidere se stare al passo con i tempi oppure no.
Parliamoci con chiarezza, senza romanticismi inutili. Non siamo davanti a uno strumento in più, né a una semplice evoluzione tecnica. Siamo di fronte a una svolta epocale. E se non te ne sei ancora accorto, mettiti comodo: te ne accorgerai comunque. Il tempo non fa sconti a nessuno.
E davanti a un cambio di contesto cognitivo, culturale e professionale di questa portata, fare finta che non stia accadendo – o ridurlo a una narrazione di resistenza del tipo “io tengo duro”, “io resto puro”, “io non cedo” – non è solo anacronismo. È ingenuità.
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Il paradosso di chi lavora con le parole
Ed è curioso, quasi ironico, che questa posizione arrivi proprio da una copywriter. Una professionista del linguaggio, del senso, della semantica. Del modo in cui le parole costruiscono realtà. Il rischio reale oggi non è smettere di saper scrivere o di pensare perché si usa l’AI. È esattamente il contrario: smettere di imparare a pensare perché non la si usa.
Se sai pensare, se hai lavorato sulle parole, se conosci il peso del linguaggio, l’AI non ti sottrae nulla. Al contrario: diventa uno strumento che lavora al tuo servizio, non al posto tuo. Ti costringe a esplicitare il tuo pensiero. A renderlo più preciso. A confrontarti con le tue stesse scelte semantiche. Ti rimanda versioni che puoi accettare, rifiutare, correggere, affinare. E in questo processo il pensiero non viene meno affatto: anzi, si attiva in modi ancora più diversi e profondi rispetto al passato.
Oggi l’AI permette di incorporare il tuo stile, non di cancellarlo. Di renderlo più fluido, più coerente, più ricco sul piano linguistico. Ti consente di ampliare lo spettro delle possibilità espressive partendo da ciò che sei già, non da ciò che non sei. Ti permette di vedere connessioni, alternative, sfumature che da sola – per tempo, per fatica cognitiva, per abitudine – forse non avresti esplorato.
Il vero paradosso è questo: temere che l’AI ti faccia smettere di pensare, quando in realtà è il rifiuto di usarla che ti condanna a restare dentro le stesse forme mentali di sempre.
E l’obiezione “tanto i testi sono tutti uguali” regge solo fino a un certo punto. Sono uguali perché l’uso che se ne fa è povero, non perché lo strumento lo impone. Come ogni tecnologia, l’AI riflette il livello di pensiero di chi la utilizza. Se il pensiero è piatto, l’output lo sarà altrettanto. Ma se c’è profondità, visione, stile, l’AI non li sostituisce: li amplifica.
Il problema, quindi, non è la perdita dell’autenticità. È confondere l’autenticità con la rinuncia a esaltare le proprie qualità e capacità personali — scrittura inclusa — grazie a uno strumento in più.
L’autenticità non si perde se sai chi sei e quanto vali. Si perde quando smetti di essere consapevole del tuo valore.
Questo è il tema. Non ChatGPT. Non la fatica. Ma la lucidità di capire dove siamo. E soprattutto dove stiamo andando.
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Buona settimana,
Simone
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