C’è una frase che mi sento dire spesso: se non ci fossi io qua, si ferma tutto.
Detta con fastidio e un pizzico di soddisfazione, perché diciamocelo, sotto sotto vuol dire che siamo necessari in quello che facciamo.
L’ho detta anch’io per anni. E per anni ho pensato che fosse la fotografia delle persone che avevo intorno, quelle che non prendono l’iniziativa e che vengono da me a chiedere anche le cose più semplici. Poi sbatti la testa sul muro tante di quelle volte e ti rendi conto che quella frase descrive il tuo modo di lavorare, non il loro.
Il fatto è che ogni volta che prendi una decisione al posto di qualcun altro, la scelta è ragionevole in termini di tempi. Ci metti di meno, sei di corsa, era urgente, lo fai, ci sta. Solo che invece di aiutare una persona a crescere la stai bloccando, perché il problema non è che lo fai una volta per risolvere un’urgenza. Il problema è che diventa un sistema, un modo di lavorare, un’abitudine a cui non fai più caso.
Quindi oggi ti propongo una cosa che si fa in pochi secondi.
Prendi un foglio e dividilo in due colonne. Da una parte scrivi mia, dall’altra sua.
Per due settimane, ogni volta che qualcuno viene da te per chiederti di decidere qualcosa, prima di rispondere segna due parole nella colonna giusta. Mia quando quella decisione è effettivamente tua: hai un’informazione che l’altro non ha, ci sono cifre sopra una certa soglia, tocca reparti diversi. Sua quando quella persona aveva già tutto quello che le serviva per decidere da sola, ed è venuta comunque a chiederti di decidere.
Poi rispondi come avresti risposto comunque. Non cambiare nulla in quello che fai, non comunicarlo a nessuno, non ci sono riunioni da organizzare. Devi solo scrivere quelle due parole.
Dopo due settimane guarda quale delle due colonne è più lunga.
La prima volta io ne ho contate ventinove. Ventidue stavano nella colonna sbagliata. Quindi non stavo descrivendo il mio team. Mi ero semplicemente abituato a lavorare in un modo che da anni mi raccontavo come senso di responsabilità.
Verso la seconda settimana ti renderai conto di una cosa. Quando stai per scrivere l’ennesima riga nella colonna sbagliata, te ne accorgi un attimo prima di rispondere. Semplicemente sei diventato più bravo a guardare quello che fai.
E poi c’è la parte più importante, quella che riguarda loro.
Ogni riga finita nella colonna sbagliata ti lascia con una riflessione da fare: se questa persona aveva tutto quello che le serviva, perché è venuta da me?
La volta dopo prova a partire da lì. «Ok, ma tu cosa faresti?» E poi rimani in silenzio finché non ti risponde.
I primi silenzi sono lunghi, a volte imbarazzanti, e ti verrebbe voglia di riempirli tu. Però è proprio lì che stai lavorando, perché il tempo che lasci a una persona per pensare è il tempo in cui costruisce la sua autonomia. Poi ci si abitua e diventerà normalità.
Funziona nello stesso modo anche a casa, con un figlio che viene a chiederti se può fare una cosa che potrebbe benissimo decidere da solo. E la domanda che ti fai è la stessa.
Alla fine quello che resta è una lista già scritta di quello che adesso puoi lasciare andare. È tutta la seconda colonna.
Quante di quelle righe, il mese prossimo, potresti non dover scrivere?
Perché meno righe finiranno in quella colonna, più saranno cresciute le persone che hai davanti.
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Simone
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