Da un po’ di tempo ho la sensazione che si parli meno di una volta. In ascensore, alla cassa del supermercato, in sala d’attesa dal medico, a tavola. Pensavo fosse una mia impressione, di quelle che uno si fa quando cresce e gli sembra che prima fosse tutto meglio.

Poi quest’anno è uscito uno studio che ha messo insieme registrazioni ambientali di oltre duemila persone, prese nell’arco di quattordici anni, per contare quante parole pronunciamo in un giorno normale. Tra il 2005 e il 2019 le parole che diciamo in una giornata sono calate di circa trecento all’anno, ogni anno, per una riduzione complessiva che gli autori stimano intorno al ventotto per cento.

Non era un’impressione.

Gli autori sono onesti e dicono che non sanno il perché, e nemmeno quali conversazioni siano sparite, se quelle importanti o quelle di passaggio.

Dopo aver letto lo studio non ho potuto non fare caso a qualcosa che per quanto mi riguarda è certa: ho eliminato qualsiasi forma di vuoto dalla mia giornata. La fila alla posta, i due minuti in ascensore, il quarto d’ora prima che arrivi la persona con cui hai appuntamento, il tragitto in macchina. Tutti quei momenti in cui prima approfittavo per pensare tra me e me. Adesso no. Ogni volta che si crea una sorta di piccolo spazio temporale, lo riempio subito con qualcosa che mi tiene impegnato. Cellulare in primis.

C’è una seconda ricerca, di quest’anno, che mi ha fatto pensare.

Nove esperimenti in tre paesi diversi, su circa milleottocento persone, per capire quanto ci aspettiamo di annoiarci in una conversazione e quanto ci annoiamo poi effettivamente. Le persone sbagliano la previsione, sempre nella stessa direzione: le conversazioni che diamo per noiose ci piacciono più di quanto avevamo previsto, e ci sembrano pure più interessanti. Gli argomenti usati negli esperimenti erano le due guerre mondiali, la borsa, la matematica, i gatti, le cipolle e i Pokémon.

Cioè, evitiamo tutti i giorni delle cose sulla base di una previsione sbagliata, e non lo scopriamo mai, perché per scoprirlo bisognerebbe non evitarle.

Il tempo non impegnato a fare qualcosa lo consideriamo noioso. E la noia, si sa, ha una brutta reputazione. Ti sei mai accorto di quanta energia ti toglie riempire ogni singolo secondo tenendoti sempre impegnato in qualcosa?

Non è mai una vera pausa. È sempre qualcosa che ti chiede attenzione, una notifica, un video, un messaggio a cui rispondere mentre cammini. Alla sera sei stanco e non sapresti dire cosa hai fatto di così pesante. Probabilmente niente, è che non ti sei mai realmente rilassato.

E poi c’è la questione della creatività. Le idee non arrivano quasi mai mentre le cerchi. Anzi, arrivano tutte in quei momenti in cui non stai facendo niente di preciso, sei sovrappensiero, sei con te stesso, e il pensiero fa la sua strada per conto suo mentre tu guidi o fai la fila.

Perché la noia, di per sé, non fa male a nessuno. Il problema non è la noia, è che dentro quel vuoto resti solo con i tuoi pensieri. E il tuo cervello puntualmente ti riporta le cose in sospeso. Le conversazioni importanti che non hai avuto, quelle che rimandi da mesi perché non è mai il momento giusto. La telefonata che devi a una persona a cui tieni. La domanda se il lavoro che fai ti piace ancora, se il tuo rapporto funziona ancora o se state semplicemente andando avanti, se tua figlia è cresciuta e tu quest’anno l’hai vista troppo poco. La cosa che volevi fare da anni e che ogni gennaio rimetti in lista.

Anche ad agosto, che è uno dei periodi in cui proviamo a rallentare un po’ di più, quello che noto è che dopo due giorni la maggior parte delle persone non ce la fa e ricomincia. Ti siedi cinque minuti e dopo trenta secondi hai il telefono in mano. Mangi guardando qualcosa. Metti su un film e intanto scorri le notifiche. Ti svegli e prima ancora di alzarti hai già scrollato il feed venti volte. Sembrano abitudini diverse tra loro e invece fanno tutte la stessa cosa: ci tengono compagnia perché noi non ci facciamo più compagnia da soli.

Io ho ricominciato da una cosa piccola, l’unica che sono riuscito a tenere: quando guido da solo non accendo niente.
Niente radio, niente telefono, niente podcast di quelli che ti fanno sentire produttivo mentre sei fermo al semaforo. I primi giorni è stato noioso e mi sono ritrovato ad allungare la mano tre volte su dieci minuti di strada. Poi ho ricominciato a pensare tra me e me, e mi sono accorto di quante cose avevo messo da parte senza rendermene conto.

La prossima volta che ci troviamo in ascensore, al supermercato, nello spogliatoio della palestra o su una panchina al parco, magari ci diciamo qualcosa.

Simone


Fonti:

  • Valeria A. Pfeifer, Matthias R. Mehl, “Sliding Into Silence? We Are Speaking 300 Daily Words Fewer Every Year”, Perspectives on Psychological Science, 2026.  
  • Elizabeth N. Trinh, Nicole Thio, Nadav Klein, “Conversations About Boring Topics Are More Interesting Than We Think”, Journal of Personality and Social Psychology, 2026.