Ci sono risultati che non trovi sul tabellone segnapunti. Non riguardano il vincere o il perdere: riguardano il come.
Parlo della professionalità. Ma cosa significa, davvero, essere professionali?
Me lo ha ricordato venerdì sera, nella semifinale del più prestigioso torneo di tennis al mondo, un signore che non ha bisogno di presentazioni: Novak Djokovic.
Sapeva che molto probabilmente avrebbe perso. E qui, per una volta, smettiamola con la retorica delle convinzioni potenzianti e limitanti — quella per cui se perdi è perché “non ci credevi abbastanza”.
Djokovic ci credeva? Probabilmente no. E ha dato il massimo lo stesso.
Perché non hai bisogno di credere nella vittoria per dare il meglio di te. Paradossalmente, non conta quanto credi di vincere: conta quanto credi in chi vuoi essere. Djokovic venerdì non è sceso in campo per dimostrare di poter vincere. È sceso in campo per restare fedele a ciò che è.
Ecco la vera mentalità di un vincente: essere professionali non significa vincere sempre. Significa dare il meglio di sé anche quando il risultato non è garantito. Anche quando è improbabile. Anche quando, forse, sai già come andrà a finire.
Nel mio lavoro incontro tante persone brave, preparate, capaci. E ho notato una cosa che si ripete: appena il progetto si mette male, appena il cliente diventa difficile, appena i numeri non tornano… il rendimento cala, perché nella testa scatta un ragionamento di rassegnazione: “Tanto ormai è andata, perché sforzarmi?”
Djokovic venerdì ha risposto a quella domanda. Ti sforzi perché è quello che sei, non per il risultato che ottieni. La professionalità si vede proprio lì: quando il lavoro non procede nel migliore dei modi e tu non ti tiri indietro.
Il paradosso è che il risultato conta, certo. Ma il modo in cui stai nelle sconfitte dice di te molto più del modo in cui stai nelle vittorie. Chiunque è professionale quando le cose vanno bene.
“Non perché sono facili, ma perché sono difficili”
Mi è tornata in mente la frase di Kennedy sul viaggio verso la Luna: scegliamo di fare queste cose non perché sono facili, ma perché sono difficili.
Djokovic a 39 anni continua a presentarsi in campo contro ragazzi che potrebbero essere suoi figli tennistici. Ha già vinto tutto. Non ha niente da dimostrare. Potrebbe smettere domani e restare una leggenda.
E invece si presenta. Si allena. Perde. E si ripresenta.
Questa, per me, è leadership. Prima di guidare gli altri, guidi te stesso. E guidare te stesso significa esattamente questo: continuare a fare le cose per bene anche quando nessuno te lo chiede, anche quando il risultato non arriva, anche quando sarebbe più comodo mollare.
E tu?
Ti lascio tre domande che mi auguro possano aiutarti a fare un piccolo salto di qualità. Non rispondere di getto, prenditi un momento:
Quando è stata l’ultima volta che hai dato il massimo pur sapendo che probabilmente non avresti “vinto”?
Come cambia il tuo rendimento quando le cose si mettono male: sali di livello o inizi a risparmiarti?
Cosa direbbe di te chi ti ha visto lavorare nella tua ultima “sconfitta”?
Buon lavoro e… ancora una volta, grazie Nole!
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Simone
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