Sono sempre rimasto affascinato dalle persone che avrebbero tutte le ragioni per non essere gentili, e riescono a esserlo lo stesso, nonostante il potere enorme che ricoprono.
Nel mio lavoro ne ho conosciute diverse. Gente che decideva il bello e il cattivo tempo del proprio ambiente di lavoro: contratti, stipendi, chi resta e chi va. Spesso circondate da persone che non avevano nessuna possibilità di dire di no, o che non potevano permetterselo quasi su nulla.
È il classico tipo di persona da cui di solito ci aspettiamo il peggio, anche per quello che ci si racconta nei corridoi degli uffici, e perché quasi tutti quell’esperienza l’abbiamo vissuta almeno una volta: quello che decide senza guardarti in faccia, quello che ti risponde mentre guarda il telefono, quello che quando entra in ufficio cambia il clima di quell’ufficio, e a volte ti cambia pure la giornata. Eppure alcune delle persone più umane che io abbia mai incontrato avevano esattamente quel tipo di potere.
Non è una regola e non ho nessuna statistica da presentarti, quindi prendila per quello che è: una cosa che ho visto abbastanza volte da non riuscire più a spiegarmela come una coincidenza.
Quello che mi colpisce non è la gentilezza. È che a loro non serve essere gentili per ottenere quello che vogliono.
Con un cliente importante sono gentile, e forse non sarò mai in grado di capire quanto di quella gentilezza dipenda dal contesto o quanto dal mio modo di essere. Vale per chiunque e non è ipocrisia, è come funzioniamo quando dall’altra parte c’è qualcuno che ha un potere decisionale su di noi.
Chi ha quel tipo di potere no. Non gli serve il tuo sì, ce l’ha comunque, e tu non hai nessun modo di dirgli di no. Lui lo sa benissimo. Quindi quando una persona così ti tratta come una persona, con umanità, di spiegazioni ne resta una sola: è il suo modo di porsi nella vita.
Ed è proprio lì che il valore di un capo prende forma, perché lo vedi soprattutto da come tratta chi non può dirgli di no.
E non è la solita storia di chi comanda, perché nella vita qualcuno che non può dirci di no ce l’abbiamo quasi tutti. Il collaboratore che dipende da te. Il ragazzo in stage. Il fornitore piccolo per cui sei un cliente importante. Chi ha bisogno di te più di quanto tu abbia bisogno di lui. E certe volte tuo figlio, che di no non te lo può proprio dire. Nella stessa giornata sei quello che non può rifiutare e quello a cui non si può rifiutare, e di solito ti accorgi soltanto della prima.
Io della seconda me ne sono accorto tardi.
Qualche tempo fa avevo commissionato un lavoro fuori. Quello che mi è arrivato non mi convinceva, avevo una scadenza imminente, e non ho detto niente: ce lo siamo rifatto internamente la sera stessa e il giorno dopo era pubblicato. Abbiamo finito tardi, e il giorno dopo ho pure scritto un messaggio di ringraziamento, sincero. La volta successiva mi hanno consegnato la stessa cosa, ovviamente, perché nessuno gli aveva comunicato niente.
Ero convinto di aver risparmiato tempo. Cioè: l’ho risparmiato io. E non è che volessi evitare a qualcuno un dispiacere. Spiegare tutto quello che non andava sarebbe stato più lungo che rifarlo da zero, e quella persona non aveva nessun modo di pretendere che io glielo spiegassi.
Quello che ho fatto io con quel fornitore è quello che le persone fanno con noi tutti i giorni. Non dicono niente, si arrangiano, sistemano a modo loro, e alla fine riescono pure a sorridere. Non per cattiveria e nemmeno per paura: perché dirtelo costa più tempo e più fatica che arrangiarsi. E lo fanno tanto più volentieri quanto meno possono permettersi di contraddirti.
Il che porta a una conclusione sola. Il fatto che nessuno si sia mai lamentato di te non dimostra niente. Le persone che potrebbero dirti che chiedi troppo, che quella richiesta era fuori luogo, che con te si lavora male, sono esattamente quelle che non possono permetterselo. Non hai mai avuto una verifica. Hai passato anni a scambiare l’assenza di lamentele per una conferma, e io per primo.
Ecco perché le persone che potrebbero altamente fregarsene di come trattano gli altri, e invece lo fanno con umanità e rispetto, sono quelle che ammiro di più: rappresentano il senso stesso di che cosa significa essere un leader.
Da un po’ mi faccio una domanda prima di chiedere qualcosa a qualcuno: questa persona può dirmi di no? Se la risposta è no, non è che non devo chiedere. Significa che il sì che ricevo non mi dice niente su quanto la richiesta sia sensata, e che il modo in cui la faccio conta il doppio.
E quando un lavoro non mi convince, adesso impiego quei venti minuti che prima cercavo di risparmiare. Dire a una persona che il suo lavoro non andava bene è più lento e più faticoso che sistemarlo in silenzio, e le prime volte mi è costato. Però almeno la volta dopo lo sa, e ho portato rispetto al suo lavoro e a lui come persona.
In questi giorni si rientra, e ricominciano le richieste fatte di corsa: quelle di fine giornata, quelle scritte a tarda sera dando per scontato che qualcuno risponderà.
Pensa all’ultima volta che una persona ti ha detto di sì. Aveva concretamente la possibilità di dirti di no?
Se non poteva, non ha risposto alla tua richiesta. Ha risposto al ruolo che ricopri nei suoi confronti.
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Simone
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