L’intelligenza artificiale ha reso la scrittura accessibile a chiunque. In pochi secondi si possono produrre testi corretti e fluidi, cosa che fino a poco tempo fa era impensabile.
Lo considero un bene: più uno strumento apre possibilità, più quelle possibilità possono generare valore. Il problema è che oggi, con un utilizzo poco attento di questo stesso strumento, si rischia spesso l’effetto opposto: il valore si disperde e finiamo per diventare tutti uguali. (Fino a qui hai appena letto parole mie.)
Non perché i contenuti siano sbagliati. Ma perché seguono sempre gli stessi schemi. (Riconosci questo passaggio? Qui non sono più io. Qui è ChatGPT.)
Negli ultimi mesi sto leggendo quelli che, a livello personale, definisco “post autorevoli”: firmati da professionisti competenti che conosco e stimo molto, ma che – santo cielo! – finiscono per assomigliarsi tutti in modo quasi inquietante. (Qui torno a essere io.)
È qui che il problema smette di essere tecnico e diventa culturale. (Qui, di nuovo, senti la differenza.)
Il problema non è il contenuto, ma l’utilizzo indiscriminato di quegli schemi che ti rendono la brutta copia di te stesso e il copia-incolla di qualcun altro. (Welcome back, Simone.)
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Gli schemi (andiamo al sodo)
1: Il falso dilemma (“Non è X, è Y”)
“Non è questione di talento, è questione di disciplina.” “Non è l’algoritmo il problema, sei tu che non sai comunicare.” “Non è il tempo che ti manca, è la priorità.”
L’AI tende a ripetere questo schema in modo ossessivo. Dopo un po’ è stancante.
2: Il dogma della triade (“Tre modi per…”)
“Tre cose che devi fare per distinguerti.” “Tre errori che stai commettendo.” “Tre strategie per scalare la tua leadership.”
Il numero tre dà un senso di completezza. Peccato venga usato anche quando il contenuto avrebbe bisogno di una spiegazione, non di una lista.
3: La ripetizione di tre parole a fine o a inizio frase + anafora martellante
Inizia con il falso dilemma e poi mitraglia: “Perché non è questione di obiettivi. È questione di chiarezza, fermezza, senso. Perché va capito. Perché va condiviso. Perché va sviscerato.”
L’anafora è senza dubbio una struttura linguistica interessante, che dà molta enfasi a livello emotivo. Ma dopo un po’ diventa pesante. Figuriamoci con la forzatura della ripetizione delle tre parole.
4: Il conflitto binario (“Tutti parlano di X. Nessuno parla di Y.”)
“Tutti parlano di motivazione. Nessuno parla di disciplina.” “Tutti parlano di produttività. Nessuno parla di lucidità.” “Tutti parlano di intelligenza artificiale. Nessuno parla di identità.”
“Tutti” e “nessuno” parlano di questo (tranne te 🙂). Ok una volta, ci sta. Ma anche qui diventa una cantilena senza fine.
5: L’enfasi isolata (frase breve, a effetto, da sola)
“Questo cambierà tutto.” “Qui sta il punto.” “Ecco la verità.” “Fine.”
Si usa, va bene finché non è troppo ridondante.
6: L’arco narrativo semplificato
“All’inizio ero confuso.” “Poi ho capito una cosa.” “E da lì è cambiato tutto.”
Una sorta di favola moderna in tre atti: problema, illuminazione, trasformazione. Aiuto!
7: L’annuncio dello shift (“Il vero segreto è…”)
“Il vero segreto non è fare di più. È fare meglio.” “La svolta non è la strategia. È la mentalità.” “La chiave non è il metodo. È la coerenza.”
Te lo ripeto: il problema non è il contenuto. In alcuni punti, da un punto di vista sintattico e narrativo, è perfetto. Il problema è il suo utilizzo indiscriminato!
8: Il distillato finale (tre parole per chiudere tutto)
“In sintesi: visione, disciplina, costanza.” “Tre parole: chiarezza, focus, azione.”
Assomiglia al punto 3, ma usato nel finale della frase.
9: Gli infiniti seriali
“Capire. Agire. Crescere.”
“Osservare. Correggere. Ripetere.”
“Allenarsi. Migliorare. Evolvere.”
Un fritto misto del punto 3 e del punto 8, ma con verbi all’infinito.
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Inizi a capire cosa intendo?
E poi ci sono le parole usate uguali per tutti:
“Verità scomoda.” “Non regge.” “È solo rumore.”
Potremmo andare avanti all’infinito. Sorrido, perché quello che sembrava un enorme passo avanti sta diventando, lentamente, un enorme passo indietro.
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Scrivere a 80, non a 100
Una buona metafora è questa: non spingere tutto al 100%. Fermati intorno all’80.
L’80 è il punto in cui il testo resta umano: abbastanza chiaro da essere utile, abbastanza imperfetto da essere credibile, soprattutto un testo che senti tuo. Chi legge avverte che dietro le parole c’è una persona che ha scelto cosa dire, non un modello che ha applicato una struttura.
Scrivere all’80 significa togliere enfasi quando non serve, lasciare frasi asimmetriche, rinunciare a una chiusura “forte” se non è necessaria. Dire una cosa sola, ma assumendosene la responsabilità.
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Come usare l’AI per distinguerti quando scrivi
La differenza non la fa il prompt giusto. La fai tu: il tempo che dedichi a pensare fino in fondo a quello che stai scrivendo, alle parole che senti di voler usare, all’obiettivo comunicativo che vuoi raggiungere. Registra un’idea di base, falla scrivere al tuo modello AI e poi fai la cosa più importante: rileggi cercando gli schemi troppo ripetitivi, non gli errori grammaticali. Chiediti dove stai seguendo una forma preconfezionata invece del senso di quello che vuoi comunicare. Trasforma i tuoi pensieri in parole che senti tue. Riscrivi togliendo, non aggiungendo.
Lascia riposare il testo e accetta che il risultato finale sia meno brillante, ma più tuo. Ed è proprio questo, oggi, a fare la differenza. Per anni si è parlato di brand positioning come capacità di occupare uno spazio mentale distinto. Oggi questo discorso va esteso all’AI positioning: come usi l’intelligenza artificiale dice molto più di quanto pensi su di te.
Distinguersi oggi significa scegliere di rallentare – a volte fermarsi – per pensare concretamente a quello che vuoi scrivere: nel modo più personale possibile, meno prevedibile e soprattutto non identico agli altri.
Buon inizio settimana,
Simone
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.Buon inizio settimana,
Simone
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