Quattro volte di fila. Porto le camicie in tintoria, le ritiro, arrivo a casa, le tolgo dal cellophane e sono stropicciate. La prima volta lascio perdere, la seconda penso che è capitato, alla quarta lo dico alla ragazza al banco, con calma: guarda che è la quarta volta che le trovo così, c’è un modo per evitarlo?

“Non dipende da noi, dipende dalla macchina.”

La macchina è quella che trasporta le camicie appese lungo la catena, dal reparto stiro fino al banco. Ci passano dentro, si accavallano, arrivano come arrivano. Me lo ha spiegato con pazienza, come si spiega una cosa ovvia a uno che non conosce il mestiere, e senza nessuna cattiveria. Era convinta. Lei le camicie le aveva stirate bene, poi c’era la macchina.

Mi ha fatto tenerezza, perché mentre parlava ho capito che per lei la macchina stava da un’altra parte. Come “il sistema”, “la direzione”, “il magazzino”. Qualcosa che c’è, che decide, e che non è di nessuno di quelli che hai davanti. Allora gliel’ho chiesto: non mi interessa se le ha stropicciate la catena o chi, io pago per riavere le camicie stirate. La macchina di chi è?

Ha continuato a spiegarmi la catena ancora per un po’, poi ha smesso.

Ci ho pensato nei giorni dopo, e non per lei. Perché “dipende dalla macchina” lo dico anche io, con parole più eleganti. Se vendo meno del previsto è perché il mercato è più competitivo. Se un post scritto con cura lo vedono in quattro è perché l’algoritmo di LinkedIn mi penalizza. Il mercato e l’algoritmo sono due macchine di cui non conosco il funzionamento, che stanno da un’altra parte, e che chiudono la discussione: dopo che le ho nominate non c’è più niente che devo fare io. La differenza con la ragazza della tintoria è che a me nessuno viene al banco a chiedermi il mercato di chi è. Le domande che faccio per mestiere agli altri sono esattamente quelle che a me non fa nessuno.

Di chi sia la colpa del fatto che lei ragioni così, se sua, del titolare o di nessuno, non ne ho la più pallida idea. E mi sa che non conta.

Perché due giorni dopo mi ha chiamato lei. “Guarda Simone, se vuoi sono pronte, le ho lasciate fuori dalla catena, messe a mano su un altro appendino, così non si sgualciscono.”

Due giorni. Nessuno l’aveva nominata responsabile delle mie camicie, la macchina era sempre la stessa, l’appendino in tintoria c’era già. Le è bastata una domanda fatta senza arrabbiarsi, e il confine del suo lavoro si è spostato di due metri, dal ferro da stiro al cliente che ritira.

Quando dico “il mercato” o “l’algoritmo” sto dicendo dove ho deciso che finisce il mio lavoro. Quel confine si sposta in due giorni, se qualcuno chiede di chi è la macchina. Il problema è che quel qualcuno, nel mio caso, devo essere io. Così da questa settimana, ogni volta che mi sento dire “dipende da” con una parola sola dopo, mi fermo a chiedermi di chi è. Per adesso una volta in cui la risposta fosse “di nessuno” non l’ho ancora trovata.

Tu, oggi, qual è la tua macchina? E da quanto tempo nessuno viene al banco a chiederti di chi è?

Buon lunedì, e buon rientro, che per molti di noi settembre è l’inizio vero dell’anno,

Simone