“Ma dai, su, almeno te la sei tolta.”

Gliel’ha detto la nonna, il giorno della laurea. Tolta proprio come si toglie un peso, un pensiero in meno.

Me l’ha raccontato una persona che segue con me un percorso di coaching. Quel giorno c’era tutta la famiglia, emozionata, i genitori, e soprattutto i compagni di corso che si laureavano con lei. Lei guardava tutti felici e sentiva di non esserlo. La scelta di quella facoltà non l’aveva mai sentita completamente sua, anzi, era così indecisa che a un certo punto aveva scelto quello che le consigliavano in casa.

Poi è arrivata la nonna con quella frase, e lei ci è rimasta male. Me l’ha detto così: stiamo parlando di una laurea, dovrei essere orgogliosa, soddisfatta, eppure non lo sono.

Le ho chiesto perché sentisse come un problema quello che la nonna le aveva detto.

“Perché devo essere felice”, mi ha risposto. “Perché tutti si aspettano che io lo sia. E se non lo sono, la sbagliata sono io.”

In quella giornata, a ben vedere, tutti hanno fatto la cosa giusta. I genitori erano emozionati, e come potevano non esserlo. I compagni festeggiavano un traguardo che per loro aveva un senso. E ognuno era felice per lei, convinto che lo fosse anche lei. Tutto in buona fede, ovviamente. E l’unica frase vicina a quello che provava veramente l’ha detta proprio sua nonna. Forse per sdrammatizzare, e forse senza nemmeno rendersene conto. Ha fatto male, come fanno male le cose vere.

Quando tutti intorno a te vivono un’emozione e tu non la senti, pensi subito che qualcosa non va in te.

Nelle aziende vedo la stessa cosa.

Ci sono manager con una forte autorità, stimati, che vedono in un collaboratore qualcosa che lui ancora non vede, o perlomeno non così chiaramente. Un ruolo, una responsabilità, un progetto su cui scommettono. Glielo propongono perché sono convinti che sia la cosa giusta per lui. E lui, per non deluderli, dice di sì a una cosa che però non sente del tutto sua.

Poi si impegna, si impegna tanto, proprio per non deluderli. I risultati arrivano, e con i risultati arrivano i complimenti del capo, dei colleghi, magari in riunione davanti a tutti. E lui non è contento quanto dovrebbe.

Più si impegna, meno si vede. L’impegno e i risultati raccontano quanto una persona ci ha messo. Della sua felicità, a volte, dicono poco: dietro ci può essere soltanto la paura di deludere chi ci ha creduto. Da fuori i risultati dicono che la scelta era giusta, e chi gli sta attorno non ha motivo di dubitare di nulla. E lui, davanti a tanta soddisfazione, si sente quello sbagliato.

Chiedere prima a una persona se quel ruolo lo vuole serve a poco, perché quando la proposta arriva da qualcuno che stima, risponde di sì.

Io quella domanda la faccio dopo. Quando qualcuno raggiunge un traguardo, prima dei complimenti: com’è stato per te tutto questo? E qualunque risposta arrivi, anche “me la sono tolta”, la prendo per buona. A volte è la risposta che immaginavo, altre volte è l’informazione più importante che quella persona poteva darmi.

Simone