Sala riunioni al secondo piano, sei e mezza di sera, il rumore del condizionatore in sottofondo, degno di una trance ipnotica.
Avevo davanti due documenti. Li avevano consegnati due gruppi di lavoro diversi della stessa azienda, persone che seguivo da mesi, uno dei due team stava addirittura in un’altra sede. Task diverso, materiali diversi, due settimane di tempo a testa.
Leggo il primo. Bene.
Leggo il secondo. Bene anche quello.
Poi torno indietro e mi accorgo che non capivo chi avesse scritto cosa. Ho girato le pagine avanti e indietro come uno che cerca gli occhiali che ha in testa. Stesso attacco. Stessi elenchi puntati negli stessi punti. Stessa frase a effetto in chiusura. Il contenuto cambiava, ovviamente, lavoravano su cose diverse. Ma sembravano scritti dalla stessa persona.
Io quelle persone le conoscevo. Mesi in azienda insieme. Uno dei due gruppi è un po’ più diretto, ti dice in faccia quando una cosa fa schifo. L’altro un po’ più politicamente corretto prima di arrivare al punto. In quelle pagine non c’era niente di tutto questo. Niente.
Vabbè, dai. Il documento è corretto. Andiamo in presentazione.
La presentazione va via dritta per venti minuti. Il cliente legge, annuisce. Poi fa una domanda che nasce da una frase a pagina tre, ti chiede solo di andare un filo più a fondo.
Silenzio.
Nessuno riesce ad andare oltre quello che c’era scritto. Cala il gelo.
Il cliente non ha detto niente. Non ha fatto storie, non si è arrabbiato. Ha solo iniziato a fare più domande. E a fidarsi un po’ meno delle risposte.
Il giorno dopo uno di loro me l’ha spiegato, senza girarci intorno: il grosso del documento l’avevano fatto generare, e poi ci avevano messo mano per sistemarlo.
Una cosa del genere costa molto più di dieci errori di ortografia.
È successo anche a me. Soprattutto all’inizio, quando ho cominciato a usare l’AI e mi sembrava di aver trovato la scorciatoia. Ci sta. Vogliamo tutti fare prima, essere più produttivi, chiudere la giornata con meno cose in sospeso possibili. Il problema non è solo quello del documento tutto uguale agli altri. I problemi sono due, e vale la pena tenerli separati perché non sono la stessa cosa.
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Il primo è che il contenuto non l’hai costruito tu.
Se ti fai produrre tutto dall’AI e non è farina del tuo sacco, il testo esce anche bene. Regge la lettura, ma non regge le domande. Perché le domande non riguardano come scrivi. Riguardano tutto quello che avresti dovuto pensare per scrivere quel documento, e che non hai pensato.
Un nome per tutto questo esiste già, ed è workslop. L’hanno coniato i ricercatori di BetterUp Labs e dello Stanford Social Media Lab in una ricerca uscita sull’Harvard Business Review.
Vuol dire materiale prodotto dall’AI che ha tutta l’aria di un lavoro finito. Sembra pronto e non lo è, quindi chi lo riceve deve rimettersi lì, capire cosa manca, e poi o se lo rifà da solo o te lo rimanda indietro. Che è la parte peggiore, perché a quel punto ha già capito come l’hai scritto.
Nella loro ricerca quattro lavoratori su dieci se lo sono trovato sulla scrivania, e per rimettere a posto una sola di quelle consegne se ne vanno quasi due ore. Quindi in realtà non stai risparmiando tempo. Lo stai perdendo, e ne stai facendo perdere a qualcun altro.
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Il secondo problema è diverso, e ce l’hai anche quando il contenuto lo conosci benissimo, perché è realmente tuo.
Puoi esserti studiato la questione per settimane, avere la risposta pronta a qualsiasi domanda a pagina tre, e usare l’AI solo per sistemare le frasi. Il tuo lavoro è solido, sei preparato, nessun gelo in sala. Però esci dalla stessa stampante di tutti gli altri.
E il conto lo paghi lo stesso, solo che arriva più tardi e non lo vedi. Ti leggono, magari ti mettono pure un like, e dopo dieci minuti non saprebbero dire chi ha scritto quella cosa. Poi a qualcuno serve uno che faccia il tuo mestiere, e il tuo nome non gli viene in mente, perché non gli hai lasciato niente a cui attaccarlo.
Da quella sera ho cominciato a vederla ovunque, questa cosa. Apro LinkedIn la mattina, otto post di fila, un ingegnere, una HR director, un consulente, uno che fa il mio mestiere. Scritti tutti nello stesso modo. Scendo nei commenti e trovo risposte con lo stesso stampo, sotto post con lo stesso stampo. Sono ChatGPT che si rispondono tra loro. Usati dalle persone.
E quello, che ti piaccia o no, è il tuo biglietto da visita.
Uso l’AI tutti i giorni. Anche per questo pezzo, l’ho scritto io e poi me lo sono fatto correggere. Dire il contrario sarebbe ipocrita, e non rileggere quello che scrivi per migliorarlo è pure poco furbo.
Il primo problema lo risolvi pensando prima. Il secondo no. Ogni volta che fai sistemare una frase all’AI, quella frase diventa un po’ meno tua. E non esiste il modo di farsi aiutare senza perdere niente. Quindi l’unica cosa che puoi decidere è quanto lasciarle prendere, e accorgertene mentre lo fai, non due mesi dopo, quando ti ritrovi a scrivere come tutti gli altri.
Il punto è che nel nostro mestiere il modo in cui pensi è il prodotto.
Un cliente compra il tuo modo di guardare il suo problema. E l’unico posto in cui riesce a vederlo, prima di lavorare con te, è quello che scrivi.
Quei due team avevano competenze reali, anni di lavoro, gente in gamba. Hanno consegnato due documenti corretti e ci hanno rimesso credibilità lo stesso. E la cosa buffa, si fa per dire, è che l’AI l’avevano usata in buona fede. Per fare prima, per consegnare qualcosa di più pulito, per non sbagliare un congiuntivo. Volevano fare meglio, e l’hanno pagata due volte. La prima quando il cliente ha chiesto di approfondire e sotto quella frase non c’era niente. La seconda perché due gruppi diversi, alla fine, si leggevano nello stesso modo.
Uscendo da quella riunione mi sono fatto una domanda:
Tu, oggi, come ti distingui sul mercato?
Prova a coprire il tuo nome sull’ultima cosa che hai consegnato e a chiederti se qualcuno capirebbe lo stesso che l’hai scritta tu.
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Buona settimana,
Simone
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.Se l’ultima domanda ti ha fatto venire in mente qualcosa di preciso, parti da lì.
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Fonte: ricerca di BetterUp Labs e Stanford Social Media Lab sul workslop, pubblicata su Harvard Business Review.